venerdì 3 luglio 2009

Tribuna - Jan Gehl: Prima le persone

L'esperienza di Copenaghen

- Jan Gehl, Gehl Architects, Copenhagen, Denmark

Le società contemporanee si trovano di fronte a molte sfide: dalle crescenti emissioni di CO2 alla dipendenza da risorse energetiche in esaurimento, dal crescente isolamento sociale all'obesità epidemica. Tutte queste sfide hanno costi altissimi, monetari e ambientali e tutti pagano un prezzo. Crediamo che molte di queste sfide possano essere affrontate pensando prima alle persone nella progettazione urbana.

Il significato della pianificazione per la gente

Se la popolazione urbana fosse stimolata ad utilizzare gli spazi pubblici camminando o pedalando, gli effetti riguardanti queste sfide sarebbero altamente positivi. Potrebbe sembrare banale dire che più piste ciclabili comportano un aumento dei ciclisti, una rete pedonale molto interconnessa comporta un aumento dei pedoni, un sistema di trasporto pubblico ben funzionante comporta un aumento della sua utenza - mentre più strade comportano più automobili. Sembra semplice. Sempre più studi dimostrano che un ambiente favorevole a pedoni e ciclisti non ostacola l'economia locale. Al contrario questa viene favorita in quartieri che danno la priorità alla mobilità dolce, e le città più vivibili attraggono affari e investimenti.

Progettazione per tutti

La creazione di spazi pubblici gradevoli rende possibile a diversi gruppi sociali di incontrarsi su un piano di parità. SE vogliamo prendere sul serio la progettazione per la gente dobbiamo dare a tutti la possibilità di spostarsi - è un elemento chiave nelle società odierne. Garantire buone condizioni di spostamento a chi non ha l'auto dà a più persone la possibilità di essere realmente una parte della società.

Lezioni da Copenhagen

Negli ultimi 45 anni Copenhagen, Danimarca, si è costantemente impegnata a rendere migliore la vita dei suoi abitanti e, nel 2008, la città è stata dichiarata la migliore al mondo per qualità di vita. Questo risultato è conseguenza di una strategia volta distogliere l'attenzione dalla cultura dell'auto e focalizzarla sulle necessità di creare un ambiente accogliente, che favorisca la creazione di spazi pubblici di qualità, grazie al trasporto pubblico e altri servizi. Per esempio, il 36% degli abitanti di Copenhagen va al lavoro in bicicletta - un mezzo di trasporto completamente salutare, democratico e sostenibile. Il nostro obiettivo è di arrivare al 50% nel 2015.

Le città Nordamericane


La "Progettazione per la gente" può rendere le città più sicure, più rispettose dell'ambiente, più vivibili e più salubri. Attualmente, Gehl Architects sta lavorando con diverse città degli Stati Uniti tra le quali New York, Seattle e San Francisco, in uno sforzo congiunto per rendere queste città ancora più grandi. Speriamo che la nuova amministrazione Obama sostenga e guidi questi sviluppi in modo ancora più deciso in futuro.


Jan Gehl jan@gehlarchitects.dk
Gehl Architects – Urban Quality Consultants, www.gehlarchitects.com
Copenhagen, Denmark Print this article

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Chi sta andando a prendere l'iniziativa?

Who are going to be the main actors leading the transition to sustainable transportation in and around our cities?

This is not entirely self-evident since there are a fair range of what would seem to be possible candidates. However in order to sort this out, it will be important that we first have a realistic understanding of what has been going on up to now. And to say the least, the news is not good.

* Clicka qui per avere una traduzione automatica approssimativa ma leggibile


When it comes to "sustainable transportation" there is out there a rich world of rhetoric, claims, advertisements, notices, media pieces, announcements of projects and events, that taken together can give one the impression that something important, something even transformative is going on. But when you get down to the harsh reality of what is going on at the level of the street, a very different picture emerges.

The sad fact is that after twenty years of talk, and, it has to be said, a rising crescendo of messages and even actions, the sad news is that every day in just about every city on this planet, traffic is getting worse, the amount of scarce resources consumed continues to escalate, the injustices extended, the basic economics ever less viable, and the environmental cost steadily mounting and edging toward climate meltdown. We are failing to meet the challenge. It would be exceptionally weak-headed of us to be optimistic under these circumstances.

We all know that something must be done and that it should be done without further delay. However it is far less clear who is going to do what under these circumstances. The fact is that despite all of the conferences, reports, talk about treaties, and even pioneering projects and accomplishments here and there, there is a continuing leadership vacuum. Who is going to fill it?

The goal of this week’s open dialogue is to ask you for your views on this. Later we can build on your feedback and ideas in older to develop a broader analysis, but what better way to start than to ask the hundreds of knowledgeable people who check into World Streets every day for their own views.

To get us started on this, you will find your left a small reader poll asking for your views on this. In addition, you will find is always that there is space for comments right below here, and we invite your contributions with real interest.

Here are our candidates. If we missed anyone important, please let us know.
* International organizations
* NGOs
* Scientific/academic community
* National governments
* Industry and private sector
* Cities and local government
* Local associations/transport, environment, etc activists/groups
* The media
* Children, schools
* Foundations
* World Streets
* You – as a citizen, parent

The word is now to you.

The editor

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giovedì 2 luglio 2009

La Nuova Mobilità che funziona

Lezioni dalla Germania

- John Whitelegg, Editor, Journal of World Transport Policy and Practice, UK

Viviamo tempi interessanti. Quasi tutte le più grandi economie mondiali stanno mettendo
insieme pacchetti di aiuti finanziari all'industria dell'auto e incentivi per i cittadini che vogliono disfarsi della vecchia auto per comprarne una nuova. La recessione e l'aumento della disoccupazione rappresentano una tragedia per molti e la pressione per "salvare" l'industria è molto intensa.

Purtroppo in questo campo il pensiero che va per la maggiore e le decisioni che ispira sono molto distanti da quelli che sono i dati di fatto che indicano chiaramente un bisogno di trovare nuove strade al di fuori di questo pantano piuttosto che continuare sulla stessa linea di condotta che lo ha creato.

Investire sull'industria dell'auto è sbagliato. Abbiamo bisogno di investimenti su larga scala in cose che creino veri posti di lavoro in vere comunità locali e che abbiano un impatto reale sulle grandi sfide che stiamo provando ad affrontare, dal superamento del picco di produzione del greggio, al cambiamento climatico fino allo sradicamento della povertà. Gli investimenti sulle energie rinnovabili sono considerati qualcosa di cui la politica non è tenuta a preoccuparsi. Creerebbero un sacco di posti di lavoro ovunque. Progettare, costruire e ristrutturare ogni edificio con qualunque cosa sia necessaria per ridurre il consumo di energia del 50% è altrettanto importante per avere successo nella sfida della creazione di lavoro e riduzione del surriscaldamento globale.

Investire nella costruzione di vie di qualità per pedoni, ciclisti e trasporto pubblico avrebbe gli stessi effetti, ma gettare soldi in un'industria nata più di un secolo fa e che vuole far muovere cose che pesano 75 kg circa in scatole metalliche di una tonnellata non è molto intelligente. Possiamo ristrutturare le città, la mobilità e l'accessibilità e con uno sforzo politico molto coordinato potremmo gestire molto meglio la sicurezza stradale, la salute, l'obesità endemica, il cambiamento climatico e il picco di produzione del greggio, ma sembra che la risposta sia, oggi come sempre in passato, "no".



In questo numero di WTPP introduciamo una nuova sezione dedicata ai commenti. Questi saranno graditi e sollecitati in futuro e dovranno avere caratteristiche di rilevanza, vitalità e attinenza agli argomenti che di solito affrontiamo. In questo numero Kurt Lesser parla dell'ansia per il salvataggio dell'industria dell'auto e Glenn Lowclock discute di limiti di velocità e dipendenza dal petrolio.

Il nostro articolo principale (Buehler e Pucher) ritorna su un argomento che spesso su questo giornale enfatizziamo. Parlano della mobilità sostenibile in Germania, in special modo a Friburgo, dimostrando che poltiche ben pensate ed integrate possono creare un'alta qualità di vita con alti livelli di mobilità ciclabile e grandi benefici fiscali e comunitari.

Una doverosa lettura per ogni Amministratore pubblico Nordamericano o Britannico (e italiano, ndt). C'è poi un articolo di BJorn Haake che controbatte a un precedente pezzo di Pucher e Buehler sulla ciclabilità sostenendo la necessità dell'educazione piuttosto che quella dei rinnovamenti infrastrutturali. Si tratta di un importante dibattito e anche se non siamo d'accordo con Haake siamo ben felici di facilitare la discussione. Riportiamo anche la risposta di Pucher e Buelher, mentre i lettori sono invitati e tirare le loro conclusioni facendoci sapere se desiderano mandarci un commento o qualche altro contributo per sviluppare ulteriormente il dibattito.

John Whitelegg
Editor, The Journal of World Transport Policy and Practice
Eco-Logica Ltd. ISSN – 1352-7614

Volume 15, Number 1 Contents

* Editorial - John Whitelegg
* No Stopping the Gravy Train of Car Support? - Kurt Lesser
Moving toward a non oil dependant society with a proposed road speed limit of 30mph - Glenn Lowcock
* Sustainable Transport that Works: Lessons from Germany - Ralph Buehler, John Pucher
* The Importance of Bicyclist Education - Bjorn Haake
* Cycling for a Few or for Everyone: The Importance of Social Justice - John Pucher, Ralph Buehler
* Click here for Volume 15, Number 1 Contents

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mercoledì 1 luglio 2009

Pedalare a Parigi - Non solo rose


Ogni giorno esci e ti ritrovi di fronte a questa sottile linea di confine tra la gioia e l'efficienza del ciclismo urbano e tutto ciò che cospira per rovinarti la giornata.

Questo video amatoriale di otto minuti è stato girato da un ciclista parigino con l'intento di mostrare a tutti voi che anche con più di 400 km di "piste ciclabili protette" e 20mila biciclette pubbliche sulla strada, non tutto è rose e fiori nella Città dei Lumi. Abbiamo anche noi i nostri problemi. Il costante presidio delle forze di polizia consente a ogni cosa di andare al suo posto. Ma questo dimostra quanto lavoro è ancora necessario anche qui per realizzare appieno le regole "da 8 a 80" di Gil Penalosa per una ciclabilità sicura - sicura per il bambino di 8 anni come per il ciclista ottuagenario.



Lo trovo un video altamente didattico e un utile punto di riferimento per ricordarci quanto è necessario fare ogni giorno nelle nostre città per creare degli ambienti favorevoli ai ciclisti. Il sostegno da parte delle forze dell'ordine risolve certamente molte cose, così come il processo di apprendimento e adattamento da parte di tutti coloro che si muovono in un ambiente caratterizzato da un'alta densità di mezzi di trasporto molto eterogenei.

Eric Britton, World Streets, Parigi

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martedì 30 giugno 2009

Abbiamo bisogno di pensare in piccolo

Perchè abbiamo bisogno di pensare in piccolo per contrastare il cambiamento climatico

- Simon Bishop, Delhi, India

Ogni movimento, non importa quanto grande o quanto piccolo, ha le sue ortodossie ed eresie. Nel campo della politica dei trasporti mettere in discussione la supremazia del trasporto motorizzato pubblico sugli spostamenti a piedi e in bicicletta equivale a suggerire che dopotutto la terra potrebbe anche non essere piatta.

La febbre è salita e le email hanno sommerso il forum di Sustainable Transport (Sustran) quando l'annuncio arrivato da Pechino che la capitale cinese sarebbe diventata una "città del trasporto pubblico" entro il 2015 ha toccato questo nervo scoperto. Uno dei partecipanti al forum ha messo in discussione questa strategia, basata unicamente su crescenti livelli di quote di mobilità pubblica su ferro e su gomma, fino a portarli al 45% del totale degli spostamenti. Il principale sostegno del trasporto urbano in Cina, la bicicletta, non è stata nemmeno menzionata.

Da dove sto a Delhi ho aggiunto che c'è la tendenza a vedere il "trasporto motorizzato di massa" attraverso lenti un po' troppo rosee, come se fosse "la" soluzione al crescente ricorso all'auto. Un'enorme enfasi viene messa sulla Metropolitana e sui sistemi di Bus Rapid Transit come metodi risolutivi della congestione, senza prendere in considerazione le altre esternalità. La bicicletta e le nostre gambe sono ignorate nonostante titolari di una grossissima fetta delle modalità di trasporto, più del 50% a Delhi.

Mi sembra che fosse l'economista indiano Dasgupta che mostrò come si potesse rendere addirittura gratuito il trasporto pubblico in Gran Bretagna ottenendo uno spostamento molto piccolo in suo favore (6%). Il fatto è che le auto sono dannatamente convenienti e la gente le userà a meno che non venga letteralmente costretta da disincentivi finanziari. A Londra e New York la grande maggioranza usa il trasporto pubblico perché deve. E' praticamente impossibile trovare parcheggio e se ci riesci ti costa un sacco di tempo. Spero che l'approccio di Pechino introduca restrizioni e tariffe di parcheggio come un punto fermo di questa politica, altrimenti si tratterà solo di un prosciugamento di fondi.

Gli occhiali a tinte rosa ignorano anche il ruolo della bicicletta come mezzo di trasporto più economico e veloce dell'autobus sulle distanze brevi e medie. Perché cambiare una forma di trasporto conveniente con una che lo è meno? L'unico altro mezzo di trasporto che può competere con l'auto su queste distanze è la moto, il cui utilizzo dovrebbe essere comunque scoraggiato per motivi di sicurezza e a causa delle sue alte emissioni di diossido di azoto.

Attualmente la gente non va in bicicletta o non utilizza i velotaxi perché il traffico motorizzato la fa sentire meno sicura. E' urgente il bisogno di dare un'altra immagine al trasporto non motorizzato. I pianificatori urbani non si preoccupano di garantire al ciclista il necessario comfort, come coperture alberate e mercatini di ambulanti nei paesi caldi. L'inquinamento atmosferico è dappertutto.

Interventi poco costosi come il diritto di precedenza per ciclisti e pedoni all'incrocio con strade a scorrimento veloce dovrebbero avere la priorità. Contribuiscono a salvare vite, rendono più pratico lo spostamento a piedi e in bicicletta, e costano pochissimo - una pista ciclabile a Londra avrebbe un costo al chilometro equivalente a 1/400esimo di quello della nuova linea della metro "Jubilee".

Per quel che riguarda la nostra più grande sfida, il surriscaldamento globale, sono molto sconcertato. Dove esistono sistemi di trasporto pubblico di qualità (con buone frequenze negli orari non di punta e servizi navetta per le principali fermate), questi consumano quantità di energia pro capite che fanno concorrenza alle automobili. Citando Londra, le emissioni medie di CO2 di un autobus equivalgono al 40% di quelle di un'auto, il PM10 è tre volte tanto e l'SO2 venticinque - non ha molto del miglioramento e certamente non è abbastanza per stabilizzare le emissioni di CO2 a 450ppmv. A Taipei, contabilizzando le emissioni degli spostamenti porta a porta, la metropolitana consuma più energia di un'automobile!

A questo si ribatte di solito dicendo che l'Asia non è Londra e che non si possono comparare i livelli di utilizzo del trasporto pubblico di Londra con quelli delle città asiatiche. Questo è vero per l'oggi, ma i pianificatori hanno bisogno di pensare al futuro. Quello che la gente fa oggi non è quello che farà quando saranno più ricchi e potranno scegliere. Delhi non ha ancora un servizio di trasporto pubblico attraente per chi ha la possibilità di ricorrere a una forma di trasporto privato e motorizzato. Le cifre sull'efficienza dei consumi di carburante degli autobus OGGI in Asia non sono quelle che ci saranno quando funzionerà quel genere di servizio necessario a far sì che i cittadini benestanti salgano sull'autobus. E comunque non sto parlando di ricchi, sto parlando di quelli che possono permettersi una moto che ha un costo inferiore a una rupia al chilometro.

Per incoraggiare i motociclisti e gli automobilisti a cambiare modalità di trasporto, o almeno per cercare di far rimanere sull'autobus chi già lo prende oggi, anche CON una forte politica di Traffic management e basse tariffe, avremo bisogno di aumentare le frequenze dei passaggi, aggiungere l'aria condizionata su molti mezzi, diminuire i livelli di affollamento e allargare il bacino geografico di utenza, e tutto questo porterà inevitabilmente a un aumento dei consumi di energia pro capite. E' difficile controbattere questi argomenti a meno di non sposare una linea di pensiero che sostenga la necessità di due standard di trasporto pubblico differenziati per il mondo "occidentale" e per i "paesi in via di sviluppo".

Tutto questo non dovrebbe venire utilizzato come argomento CONTRO il trasporto pubblico, in particolar modo gli autobus, dopo tutto la maggior parte di noi li utilizza al meglio, e ci sarà sempre qualcuno che ne avrà bisogno per l'impossibilità di camminare o di pedalare, ma E' un argomento per ricordare a Pechino la potenza muscolare, mettendo grande enfasi sul Traffic management e sul controllo dei processi di sub urbanizzazione. Se il mondo si sta trovando davanti alla sua più grande sfida, quella di contrastare un catastrofico cambiamento climatico, non abbiamo scelta.

La bicicletta è il perfetto trasduttore per accordare l'energia metabolica dell'uomo all'impedenza della locomozione. Munito di questo strumento, l'uomo supera in efficienza non solo qualunque macchina ma anche tutti gli altri animali.
(Ivan Illich, Energia ed Equità, 1974. Ripubblicato in Italia nel 2006 con il titolo "Elogio della bicicletta").
- Simon Bishop lavora come consulente ambientale e dei trasporti a Delhi, dove vive con la sua famiglia. In India ha lavorato su progetti di ciclabilità e del BRT, oltre ad avere contribuito alla nascita della Global Transport Knowledge Partnership. Prima di arrivare in India lavorava a Londra come responsabile di Traffic Management, ricevendo un premio dal Sindaco per "il progetto più innovativo in tema di trasporti a Londra". Ha scritto 'The Sky's the Limit' - Policies for Sustainable Aviation' mentre lavorava come consulente politico all'Institute for Public Policy Research.

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lunedì 29 giugno 2009

Il bike sharing nel Paese della Cuccagna

Non lasciate che succeda nella vostra città


Ci sono molti modi per far andare male il vostro progetto di bike sharing, ma uno tra tutti garantisce il fallimento al 100%. Non dovete assolutamente fare come hanno fatto con il progetto di bike sharing del Paese della Cuccagna.



Il progetto di bike sharing del Paese della Cuccagna


Ecco come funziona:

1. Un ambizioso politico locale decide di andare a caccia di gloria e voti, fare qualcosa di davvero popolare, qualcosa di veloce, e farlo senza sborsare assolutamente un centesimo. E tutto questo in vista delle elezioni.

2. Così riesce a suscitare un certo interesse per un progetto di bike sharing cittadino e si rivolge ai fornitori cercando quello che possa garantirgli un servizio al prezzo più basso possibile (o, meglio ancora, a gratis).

3. Riesce a coinvolgere in questo paese della cuccagna anche alcune agenzie pubblicitarie e altre realtà economiche pronte a entrare nel gioco in seguito a qualche forma di accordo basato sullo scambio (anche se sempre più riluttanti, dato che hanno già visto questo genere di cose e hanno un po' paura di venire identificate con un disastroso fallimento).

4. Alla fine entrano nel gioco - dato che il/la politico/a in questione gli dà tutto quello che chiedono. (visto che il servizio sarà gratis. Giusto?)

5. Il progetto viene messo a punto e implementato.

6. Ma qualcuno si dimentica del semplice fatto di assicurarsi che i requisiti infrastrtturali indispensabili per il successo del sistema vengano rispettati al 100%. (Se non si può pedalare in sicurezza in una città non c'è spazio per nessun progetto di bike sharing. Tornate quando avete fatto ordine in casa. Meglio ancora, cominciate a fare ordine adesso!)

7. La lista dei punti di stazionamento non viene esaminata con la necessaria attenzione da esperti nè con la sufficiente conoscenza di altre esperienze simili a livello internazionale imparate in anni di prove ed errori.

8. C'è un'inaugurazione con tanto di ricevimento e presenza dei media, tutti sono molto eccitati, il nastro viene taglitato e bingo! Il sistema parte e comincia a funzionare. Hurrah!

9. Ma la realtà non ci mette molto a presentare il conto.

10. Il fantastico nuovo servizio non offre la densità ed ampiezza di copertura necessarie, i punti di stazaionamento sono dislocati in maniera molto rarefatta, così tutto l'affare viene ampiamente sottoutilizzato. Solo una piccola percentuale dell'utilizzo previsto alla partenza. Oops!

11. E presto cominciano anche gli imprevisti.

12. Il sistema di ridistribuzione delle bici non funziona bene (stazioni senza bici o senza posti liberi per lasciarle), così molti potenziali utenti dopo un certo numero di frustrazioni iniziali smettono semplicemente di confidare sul bike sharing per un utilizzo quotidiano.

13. La manutenzione, di gran lunga sottfinanziata, viene trascurata.

14. "La manutenzione è tutto." (Tutti lo sanno, ma stranamente nel paese della cuccagna non è prevista.)

15. Le entrate previste dagli abbonamenti non arrivano. (E sappiamo chi dovrà pagare il conto quando sarà il momento)

16. Furti, vandalismi, incidenti, sistemi di presidio e sicurezza inadeguati...

17. Il progetto si arena lentamente fino a fermarsi del tutto, sopravvivono solo le sue rovine.

18. Gran finale: l'eroe locale che ha avuto questa grande idea viene eletto a un'altra carica (lontana) e non è più in giro a prendersi quello che si merita.

19. E così finisce la storia.

E' comunque una storia vera. Accaduta. E non è l'unica. Ma ci sono migliaia di altri modi per fare dei casini.Questi progetti possono sembrare semplici ma non è così. E' come camminare su una fune tesa: ci sono tantissimi passi che puoi fare ma solo uno è quello giusto.

• Come essere sicuri che questo non accada nella vostra città? Restate sintonizzati su queste pagine.

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Op-Ed. Safe cycling strategies: Lessons from Europe

- Eric Britton, World Streets Editor and slow city cyclist

The following was drafted yesterday in response to a lively discussion over at www.LivableStreets.com , looking at different approaches to providing cycle paths and other forms of street architecture modifications, major and minor, to protect the cyclist. The discussants were looking at this in the context of New York's ongoing efforts to develop a major cycling program after many years of neglect. International experience at the leading edge, mainly in European cities that are doing the job, puts some interesting lessons on the table. Here is a look-in from Europe.

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For starters, let’s make sure that we do not allow ourselves to get too comfortable too fast. By that I mean I am not at all sure that the best approach to safe cycling is to start by shopping around for the most attractive cycle path designs to be put in your city's streets here or there. I can understand the temptation but we have here a systemic problem which requires more than occasional attractive street architecture.

Safe cycling is based on the existence of networks which provide a safe travel environment over the areas and routes most taken by cyclists. By which I mean to say that a lovely cycle facility here and there does not by itself promote safe cycling (in fact conceivably it can make cycling even more dangerous). What is needed from the beginning is without letting up to drive toward that basic network. To accomplish this, it means targeting a solution set that is pretty pervasive, far more so than most plans today even dare aim for.

What do you do when what you need to do definitely outstrips the resources, approaches and plans that are traditionally available to you? The only way to get the job done then is to change the rules. That happens in five main parts.

1. Speed reductions: ("Don ‘t leave home without them.")
The first pillar of new mobility policy is to slow down the traffic on EVERY street in the city. I do not say this lightly and I understand the extent to which this runs against long-standing practices and what people regard as their fair interest. But there is no longer any mystery about this at the leading edge. I do not imagine that there is a competent (note the word) traffic planner today who will argue for top speeds in excess of 30 mph in the city. 30 mph is terrific, and though too fast for safe cycling is something which we can reasonably target for the Main Avenue's and thoroughfares. For the rest a policy of 10/20/30 is feasible, fair and do-able. Once you get over the shock.

2. Reclaim street space:
The second prong of the strategy is that the creation of a safe network requires taking over at least portions of a quite large number of streets in the city. This is accomplished in two ways, the first being the alteration of the street architecture, taking over lanes for fully protected cycling. The most popular, parking lane out/bike lane in, often works very nicely when the cycle lanes work against the flow of traffic. The second prong of street reclaiming is the hard edge of speed reductions. In these cases top speeds on the side streets drop to something like 10 to 15 mph, with 10 leading better than 15. Again for most cross-town traffic in Manhattan this should not be a problem.

3. "Occuper le terrain": (French for safety in numbers. )
You are seeing that in New York already, though I have to guess you are not yet at the tipping point on that. But the more people you get out on the street on their bicycles every day, the more that everybody involved moves up a couple of notches day after day in the learning process. The cyclists learn how to behave better to protect themselves in traffic, drivers get accustomed to looking out for those small wavering frail figures, the police learn how to play their part in this learning process, and the system they have today learns and adapts.

4. "Street code":
The Highway Code, a collection of laws, advice and best practice for all road users, which mainly functions as a written basis for learning to drive as well as stipulating the letter of the law (licensing, required safety equipment, default rules, etc.) In Europe this happens at a national level, with room in some places for stricter local ordinances. In the US mainly a state prerogative.

I understand that you are looking into this for New York. Many European cities are advancing on the idea of establishing a far tougher "street codes" specifically adapted to the special and more demanding conditions of driving in city traffic. This is becoming especially important as we start to see a much greater mix of vehicles, speeds and people on the street. The underlying idea is that culpability for any accident on street, sidewalk or public space, is automatically assigned to the heavier faster vehicle. This means that the driver who hits a cyclist has to prove his innocence, as opposed to today where the cyclist must prove the driver's guilt (not always very easy to do). This is not quite as good as John Adams' magnificent 1995 formulation whereby every steering wheel of every car , truck and bus would be equipped with a large sharp nail aimed directly at the driver’s heart-- but it can at least help getting things moving in the right direction.

5. It's a Learning System:
Once you start to break the ice to the point where provision of cycling facilities even starts to be an issue, it is probably best to think of the city and the street network as a learning system. And learning of course takes place over time, and if you are lucky leads to a continuous stream of adjustments as you go along. There may be a bit of comfort in that, if you are patient enough, because what it definitely means is that any cycling improvements you can conceivably come up with today has to be thought of not as a solution but as the start of the path. This is very definitely process oriented planning.

* * *

So we really do know what to do, and we do know that it requires a combination of foresight, originality, guile and pragmatic planning from the beginning. Fortunately there is plenty of international experience which backs this up.

Paris is an example that I live with and cycle in every day over a decades-long period of steady adaptation and change. It is definitely not Copenhagen or Amsterdam. It is work in progress. Only a few years ago Paris was a city that was planning almost exclusively for cars and yet over the past decade has gradually began to build up a network for safe cycling. Perhaps not so much safe as safer, and the role of the planners here is to use the full cookbook of approaches in a dynamic organic manner so that each day things get a little bit better. Because all this has become part of the culture, the mainstream culture, it is no longer a big deal and so do the good works are able to go on every day.

Of course if cycling is your game it would be great to be able to import whole hog those terrific physical infrastructures that are found in Dutch and Danish cities. But this takes decades and I do not see it happening overnight in most US cities, New York among them. What is interesting about the Paris example, and we are certainly not the only one, is the manner in which safe cycling infrastructure is being built up step by step and day by day. We are not yet at the point at which we can feel comfortable with Gil Penalosa's "8 to 80 rule", remember, where cycling is safe for your eight-year-old daughter and your eighty-year-old grandfather. But give us a time and we will get there - and I hope you will too.


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